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Collocamento e Centri Per l’Impiego

Mi è capitato casualmente tra le mani un Quaderno di Rassegna Sindacale (il glorioso bimestrale della CGIL) del 1976 che si apriva con un dibattito dal titolo “Riforma del collocamento, occupazione e politica della manodopera”. Sul ruolo degli uffici di collocamento Rinaldo Scheda sosteneva con forza che il collocatore doveva essere un “cercatore di lavoro”.

“Se non c’è un rapporto tra la conquista della domanda e la regolazione dell’offerta il collocamento tutt’al più registra le richieste che vengono dai datori di lavoro”. Veniva già allora denunciato un ruolo meramente burocratico (la registrazione delle assunzioni) del collocamento e la sua marginalità nell’incontro tra domanda e offerta. Nel Quaderno si segnala, ad esempio, che a fronte di 4000 assunti al collocamento a Napoli 11.000 erano stati assunti al di fuori da esso.Ma è cambiato qualcosa nel frattempo? Pare proprio di no.

Le registrazioni i nuovi uffici del collocamento (i famosi Centri per l’impiego) non le fanno più (le aziende utilizzano le comunicazioni obbligatorie), ma continuano nella loro attività preferita che è quella burocratica di fare ai disoccupati Patti di servizio, dichiarazioni di disoccupazione, ipotetiche profilazioni. E la ricerca del lavoro? Come abbiamo detto più volte solo il 3% degli avviamenti al lavoro avviene nei Centri per l’impiego. Ancora molto meno dei 4.000 a Napoli del 1976. Non si vuole prendere atto della marginalità di questi strumenti nella regolazione del nostro mercato del lavoro.

Oggi siamo di fronte ad un paradosso gigantesco: alto tasso di disoccupazione e difficoltà a reperire lavoratori qualificati. La difficoltà media per tutti i settori si attesta al 38,3% con punte del 49,2% per i servizi informatici e comunicazioni. Tutti i giornali denunciano questo fenomeno.

Ma è possibile che le strutture pubbliche non siano in grado di svolgere nessuna vera funzione di politiche attive? Ma i Centri per l’impiego non dovrebbero cercare appunto l’impiego presente nel territorio e definire politiche formative capaci di fornire al sistema produttivo figure professionali coerenti?
E a questo punto non sarebbe auspicabile un modello flessibile fatto di strutture pubbliche e private presenti nel territorio capaci di leggere e scovare la domanda e definire strumenti semplici di intervento?

Salvo Messina,
Presidente Solco

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