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La disparità di genere a lavoro

Lo scenario del mercato del lavoro in Italia, e della collocazione delle donne in esso, sono cambiati in maniera significativa. Certo permangono ancora contraddizioni e ritardi in diversi settori e territori, ma penso sia sempre più necessario pensare a chiavi interpretative più articolate. Perché quando si affrontano i temi della disparità di genere ho come l’impressione che si continuano ad utilizzare le stesse argomentazioni da trent’anni a questa parte come se non fosse cambiato nulla.

Per fare un esempio, nel Gruppo che presiedo il 72% dei dipendenti e collaboratori sono donne, con retribuzioni contrattuali identiche ovviamente, 2 soci su 5 sono donne e con ruoli importanti nella gestione delle nostre attività. Per fare un ulteriore esempio: nei mesi scorsi una nostra tirocinante ci ha comunicato di essere incinta: non solo ha potuto concludere il suo tirocinio, ma alla fine di esso è stata assunta a tempo indeterminato (e non credo che questo rappresenti una rara eccezione).

Se leggiamo i dati occupazionali scopriamo che il tasso di occupazione femminile nel 2021 differiva del 17,7 % rispetto a quella maschile (67,1% quella maschile e 49,4% quella femminile). Una differenza, certo, molto forte ma nel 2000 questa differenza era di bel 26,2%. I tassi europei sono decisamente migliori, ma qualcosa nella composizione di genere nel nostro mercato del lavoro è cambiato.

Certo, il tempo parziale è ancora fortemente connotato e sono soprattutto le donne ad esserne coinvolte.

Penso che si debbano affrontare questi temi intervenendo sulle questioni che rappresentano gli ostacoli maggiori a una crescita della quantità e della qualità del lavoro femminile. Si tratta di passare da un approccio generale, ad una visione articolata con politiche mirate a dare risposte sui singoli ostacoli riconoscendo i passi avanti fatti in questi anni.

Abbiamo molti temi da affrontare in maniera seria e che non possono più attendere. Quali?

  • Il divario territoriale: al centro nord i tassi occupazionali delle donne sono quelli europei mentre, anche questa volta, è sempre il sud a soffrirne
  • Il lavoro povero (ne ho parlato in un precedente articolo) che riguarda tutti, ma in particolare le donne
  • Lo sviluppo dei percorsi professionali nelle aziende
  • L’aumento dei servizi per l’infanzia

Queste sono solo alcune delle problematiche che si dovrebbero risolvere per avere un mercato del lavoro più sano e florido. Le misure contenute nel PNRR potrebbero portare un contributo rilevante al superamento di questo ritardo (il piano asili nido, la riforma delle politiche per la non autosufficienza, lo sviluppo della medicina territoriale). Così come un impulso importante potrebbe venire dagli interventi sulle politiche attive del lavoro. 

Ora, per sostenere tutto questo penso che servano, dunque, politiche mirate. Ho molti dubbi invece sull’utilità di strumenti come quello del bilancio di genere con la relativa certificazione (aziende con più di 50 addetti). Penso che in Italia tutto alla fine si risolve con nuovi obblighi e nuove formalità burocratiche da espletare e che in molti casi si traducono in meri obblighi formali che poco incidono sulla realtà del nostro Paese e delle nostre aziende.

 

Salvo Messina,

Presidente Solco

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