In questi giorni INAPP ha pubblicato un report di particolare interesse sul lavoro da remoto. Lo studio restituisce una sintesi di focus group realizzati con manager pubblici e privati e offre spunti utili per comprendere che cosa stia accadendo e quali siano le principali criticità che questa modalità organizzativa pone al mondo del lavoro. In modo condivisibile, il report preferisce parlare di “lavoro da remoto” più che di “smart working” in senso stretto (lavoro agile, quindi maggiormente organizzato dal singolo lavoratore): in molti casi, infatti, la pratica osservata è più vicina al telelavoro.
Come prevedibile, il lavoro da remoto è utilizzato soprattutto nel settore terziario (64%), dove è più semplice individuare attività effettivamente “telelavorabili”. La pandemia ha accelerato bruscamente il fenomeno: dal 4% del 2019 si è passati al 33% del 2020; già l’anno successivo, tuttavia, l’incidenza è scesa al 20%, un valore che risulta sostanzialmente confermato anche negli anni seguenti.
Il report – anche grazie ai focus group – evidenzia correttamente che il tema dovrebbe essere affrontato su due piani: da un lato, i cambiamenti organizzativi necessari e l’introduzione di maggiore flessibilità nelle prestazioni; dall’altro, il miglioramento della qualità della vita e della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi personali. Al contempo, occorre considerare con realismo i possibili effetti collaterali: “riduzione dell’interazione tra colleghi, crescita delle asimmetrie informative e riduzione del potere contrattuale dei lavoratori”. Alcuni osservatori temono inoltre che, in taluni contesti, la riorganizzazione possa spingere i datori di lavoro verso forme che avvicinano il lavoro da remoto al lavoro autonomo.
Nella pratica, si assiste soprattutto a modelli ibridi, con una parte delle giornate svolte a casa e una parte in presenza. Tale configurazione appare, ad oggi, la più equilibrata, perché consente di combinare continuità operativa, interazioni professionali, esigenze organizzative e tempi di vita.
Nel settore pubblico, sembra prevalere l’esigenza di un migliore bilanciamento tra lavoro e vita personale: il lavoro da remoto viene spesso introdotto su impulso delle piattaforme sindacali, più per rispondere a bisogni dei lavoratori che per una finalità strettamente organizzativa. In questa direzione va anche un ulteriore elemento evidenziato: sono più le donne degli uomini a richiedere modalità di questo tipo.
Numerose ricerche segnalano ormai come la conciliazione tra lavoro e vita sia diventata un fattore decisivo nella scelta occupazionale. Da ultimo, il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale rileva che per il 55% dei dipendenti intervistati la carriera non è più la priorità: contano di più il tempo per sé e per la famiglia. Si tratta di un cambiamento rapido dei paradigmi su cui si è fondato il lavoro del secolo scorso, reso ancora più plausibile dalla diffusione delle tecnologie.
Il tema, dunque, va affrontato con serietà: non è realistico tornare a modelli totalmente in presenza, né ignorare una domanda crescente di flessibilità. La sfida coinvolge tutti gli attori: imprese, lavoratori, sindacati e formatori.
Salvo Messina