Anche quest’anno abbiamo partecipato, in qualità di ente formativo, ad una indagine promossa dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano volta ad esplorare la domanda di formazione di micro e PMI (mPMI) italiane. L’indagine ha coinvolto diversi stakeholder del settore – oltre ai soggetti formativi, Fondi Interprofessionali, Associazioni di categoria, Competence Center – e previsto la somministrazione di un questionario ad un campione di circa 1.000 imprese, statisticamente rappresentativo dell’universo nazionale delle mPMI. La novità di quest’anno è stata la previsione di un ulteriore approfondimento qualitativo sui primi risultati dell’indagine, realizzato mediante un focus group. Ad esso hanno partecipato 15 mPMI operanti in diversi settori, chiamate a commentare e confrontarsi su alcune evidenze del questionario, a partire dalla loro esperienza quotidiana. In qualità di partner del progetto abbiamo partecipato con grande interesse e maturato alcune considerazioni che ci sembra utile condividere, di seguito riportate.
- “Non abbiamo tempo.” È uno degli alibi più ricorrenti. Le microimprese, con organici ridotti e carichi operativi elevati, faticano a “sottrarre” risorse alla produzione. Ma siamo sicuri che sia solo una questione di tempo? O non è, forse, una questione di priorità? Forse serve un nuovo modello di formazione pensato su misura per le mPMI: più flessibile, più snello, magari parzialmente erogato a distanza e anche fuori dall’orario di lavoro. Oggi, invece, si tende a proporre modelli pensati per imprese strutturate, difficilmente adattabili alle realtà più piccole. E, va detto, anche gli operatori della formazione faticano a sviluppare proposte sostenibili per le microimprese, spesso considerate poco remunerative.
- La “cattiva moneta” della formazione obbligatoria. La formazione obbligatoria – in primis quella su salute e sicurezza – è spesso l’unica che le piccole imprese mettono in campo. Ma è una formazione percepita come un adempimento, un dovere più che un’opportunità. È breve, formale, spesso poco coinvolgente. Il rischio? Che si consolidi l’idea che “la formazione serve a poco”. Un effetto collaterale di cui, forse, anche noi operatori del settore dovremmo assumerci parte della responsabilità.
- Formazione strategica? Sì, ma non gratis e non subito. Nel focus è stato riferito più volte dalle imprese che “la formazione è una leva strategica per lo sviluppo”. Nulla da eccepire. Ma se vogliamo che lo sia davvero, dobbiamo essere onesti: il percorso è lungo, richiede investimenti e visione. Non basta accedere a qualche progetto finanziato. Spesso i tempi degli Avvisi sono incompatibili con le esigenze aziendali e le logiche della programmazione strategica. Le imprese dovrebbero dotarsi di un proprio piano formativo, integrando i finanziamenti pubblici come strumento, non come unica leva. Senza questo cambio di approccio, la formazione rischia di essere episodica, se non addirittura controproducente, generando aspettative che restano deluse.
- Soft skill: non più un lusso, ma una necessità. Sempre più si percepisce che, accanto alle competenze tecniche, le piccole imprese hanno bisogno di rafforzare le capacità relazionali, la collaborazione interna, la condivisione degli obiettivi. Le cosiddette “competenze trasversali” diventano così leve fondamentali per la coesione e lo sviluppo organizzativo.
- La questione generazionale. Infine, un tema spesso sottovalutato: le differenze generazionali nell’apprendimento. I più giovani prediligono strumenti e approcci innovativi, mentre la popolazione più anziana tende a preferire la formazione d’aula più tradizionale. Perché non pensare a percorsi formativi differenziati, calibrati su target specifici? E ancora: quanto sarebbe utile promuovere momenti di scambio intergenerazionale, per valorizzare saperi, esperienze e approcci diversi all’interno della stessa impresa?
Ciò che emerge con forza da questo confronto è che non esistono scorciatoie: la formazione nelle micro e piccole imprese richiede una progettazione attenta, un investimento culturale prima ancora che economico, e soprattutto soluzioni su misura. Dietro la resistenza al cambiamento, spesso c’è un bisogno inesplorato, un fabbisogno non esplicitato o, più banalmente, la difficoltà di incastrare tutto nella quotidianità. Serve quindi un cambio di paradigma: passare da una logica di adempimento a una logica di sviluppo.
Salvo Messina
Emiliano Fedeli